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L’antica concezione zootecnica concepiva la differenza tra il bovino, l’equino e il suino come specie elettive zootecniche e classificava come “specie minori” le restanti a cui dedicare spazi culturali e di allevamento in luoghi aprioristicamente marginali. Questa concezione non ha certo favorito lo sviluppo di queste specie, già in partenza “svantaggiate”.
La cultura della nuova zootecnia diffusa dalla UE (tramite l’agenzia EMEA), imposta il problema sotto il profilo numerico con un’attenzione al concetto zoo-economico e, fra i mammiferi, descrive le specie minori come quelle che hanno popolazioni inferiori ai 15 milioni di animali presenti nel suolo comunitario/anno. Fanno eccezione all’appartenenza al gruppo delle specie “maggiori”, la pecora da latte (consistenza maggiore di 20 milioni, ma inclusa nelle specie minori per la bassa resa in latte) e il coniglio (consistenza maggiore di 260 milioni, ma di scarso valore economico per singolo animale).
AGER s.c. pur accettando ciò che la storia zootecnica propone ha interpretato diversamente il ruolo della specie e reputa “maggiore” tutto ciò che è capace di valorizzare, sotto un profilo culturale, di manutenzione e di presenza, il territorio. Anche l’aspetto economico è ovviamente considerato, ma non ne diventa il fattore imprescindibile per focalizzare l’attenzione, soprattutto quando si tratta in territori fragili e con difficili condizioni sociali e strutturali. |